SELVINO:I SELVINESI RISPONDONO AL LORO SINDACO

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Chiliamacisegua riceve e divulga.

Chiliamacisegua

www.chiliamacisegua.org

Comunicato Enpa Bergamo

SELVINO:I SELVINESI RISPONDONO AL LORO SINDACO

Eh no, i Selvinesi non ci stanno!!!

Di fronte al proclama del loro Sindaco, volto più a tutelare il posto turistico che non a farsi carico di perseguire, insieme a noi , il colpevole di aver lasciato morire il proprio cane divorato dai vermi, i Selvinesi  rispondono al loro Sindaco:

“Al contrario di quanto asserito dall’amministrazione pubblica, a Selvino gli amici cani “non sono certo nè benvenuti nè ben tollerati”

Selvino possiede 3 parchi pubblici: in nessuno di questi parchi è consentito l’ingresso ai cani e in tutto il paese non esiste una sola area a loro dedicata ….portando a passeggio i propri animali ci si accorge benissimo delle “occhiate” ben poco benevole che vengono indirizzate agli stessi.

Un buon numero di cani a Selvino vive da randagio….ovvero possiede un padrone e una casa, a volte viene sfamato a volte si arrangia,  ma per il resto il cane è libero di vagabondare per il paese, a nessuno importa se finirà o meno sotto una macchina…

Selvino è un paese che vive 2 mesi all’anno come località di villeggiatura….si sa in luglio e agosto arrivano tanti Milanesi e tanti hanno il cane e allora ci si fa belli per puri scopi commerciali…

Non trovate quanto meno poco coerente che in un paese dove non vi sono aree attrezzate per i cani e i parchi sono loro proibiti, poi si organizzi La Mini Marcia ,invitando tutti a portare il cane in quegli stessi parchi dove al di fuori del 13 agosto (data della MiniMarcia) non possono mettere zampa??

O che si organizzi una passeggiata coi lupi proprio nel mese di agosto? e gli altri 9 mesi ……………neppure un aiuola per loro…

E le due manifestazioni sono a pagamento, non si può rischiare di perdere iscritti perchè hanno un cane!!

Per quanto riguarda gli hotels: il week end con il cane è un’iniziativa del tutto privata….nulla a che vedere con l’amministrazione comunale”.

Allora, per buona pace di tutti (tranne del cane morto al quale penserà la Procura), perché non fare veramente qualcosa per i cittadini e per i cani di Selvino??

Signor Sindaco…i Suoi concittadini ed i villeggianti se lo meritano!!

ENPA BERGAMO

29 GIUGNO 2010

I fatti raccontati da Chiliamacisegua

http://www.chiliamacisegua.org/2010/06/21/le-vergogne-di-selvino/

Le vergogne di Selvino

In allegato il Comunicato stampa emesso dal Comune di Selvino in merito all’atroce morte del cane.

http://www.vaol.it/it/notizie/c2abanche-i-cani-hanno-i-loro-dirittic2bb.html

«Anche i cani hanno i loro diritti»

Nella mail la storia di un povero animale tenuto in catene e morto divorato dalle mosche.

Pubblicato il: 29/06/2010

Le due foto rappresentano lo stesso cane a poche ore di distanza, nella giornata del 21 giugno 2010.



Niente è come sembra… Nella prima assomiglia a un cane qualsiasi, ma non è così.

Nella seconda pare che si sia appisolato, ma non è così.

Si osservino queste foto e contemporaneamente si pensi al termine “diritto”. Grazie a una sempre maggiore sensibilità sociale si è giunti a riconoscere agli animali, un nuovo status giuridico, che li eleva a soggetti di diritto. I diritti ascrivibili agli animali sono essenzialmente legati alla loro personalità; anche loro, come gli uomini, sono portatori d’interessi primari ai quali fare riferimento.

Si parla quindi del diritto a una vita e a una morte dignitosa, del diritto a non soffrire, del diritto ad avere condizioni “compatibili con le proprie esigenze etologiche”. In paesi di tradizione giuridica romano-germanica (Svizzera, Austria, Gran Bretagna, Germania) gli animali sono già contemplati nella Costituzione, sono già riconosciuti come soggetti aventi diritto.

In Paesi come l’India, la Costituzione si rifà al concetto buddista dell’akaruma e cioè del rispetto di tutti gli esseri viventi, umani e non umani, e tra i doveri fondamentali di ciascun cittadino indiano c’è quello di “proteggere e migliorare l’ambiente naturale, e avere compassione per tutte le creature viventi”.

In Italia è tutta un’altra storia.

A testimonianza e a supporto della necessità di una maggiore sensibilità individuale verso i diritti degli animali, peraltro sanciti anche dalla legge (vedi Legge 189 del 2004).

Le foto sono state scattate in una località montana della bergamasca, belle case, bella gente, denaro e divertimento, denaro e riposo, l’apoteosi della felicità umana. L’obiettivo fissa invece l’apoteosi del degrado, le favelas dell’animo e le conseguenze ineluttabili che ne scaturiscono.

La foto che vedete sopra, ci racconta la “normalità” per alcune persone, un “modus operandi”, neanche tanto marginale, di detenere gli animali, nella fattispecie i cani.

Perennemente legati alla catena - Anche per la detenzione alla catena, i sindaci emettono ordinanze che dovrebbero tutelare l’animale, almeno in parte perché la catena è comunque una coercizione. Nella realtà però il “fai da te” prevale, e quindi si lega l’animale con la catena corta, ovviamente sprovvista d’idoneo moschettone che regoli sia il collare (che spesso non c’è) sia l’attacco allo scorrevole (idem), giorno dopo giorno, un susseguirsi interminabile di ore, minuti, e secondi a rigirarsi su se stessi, sempre così, per tutta la durata della propria non-vita.

Relegati lontano, isolati, con cucce anguste, malsane - L’animale d’affezione per eccellenza diviene quindi un oggetto da smistare di fuori, lontano. Uno spazio angusto, una cuccia improvvisata, quattro tavole di legno, nessun rialzo da terra, al freddo o al caldo, sistematicamente senza protezione. Cibo, si vede in foto, di scarto. E’ usanza comune, anche da noi, somministrare croste di formaggio, reticelle di salumi, ossa spolpate e frammentate credendo che sia “cibo di pregio” per il cane. Spesso il cibo finisce direttamente al suolo, senza neanche una ciotola di contenimento. L’acqua, verdastra, maleodorante, dovrebbe dissetare. L’animale d’affezione per eccellenza, un animale sociale, gerarchico, abituato a vivere in branco, seguendo norme che sanciscono la coesione all’interno del gruppo, è umiliato in un’umida prigione, lontano dal suo centro d’interesse, dal suo “capo branco” che è ora il suo proprietario, lasciato in balia della sua solitudine, unica compagnia la catena.

L’articolo 727 c.p. si estende sino a tutelare il sentimento di comune pietà verso gli animali in linea con le pronunce della Cassazione (sentenza del 14 marzo 1990 per cui l’articolo 727 c.p. è norma diretta alla tutela dell’animale perché tale, e cioè come essere vivente). La norma punisce con un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro ” chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività” e prosegue affermando “alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”.

Per il povero cane che vedete in foto la detenzione in quelle condizioni, ha prodotto il suo esito: il 21 giugno 2010 è morto.

Quelle piccole forme rotondeggianti e scure che si vedono sul suo corpo non sono inesattezze della filigrana o altro, ma rispondono ai nomi di Sarcophaga, Calliphora e Lucilia.Sono mosche, semplicemente mosche. Probabilmente è stata la mosca sarcophaga a decretare la morte del povero cane. Una mosca che appartiene al genere delle carnarie e che ha trovato nelle ferite, nelle piaghe delle zampe posteriori del cane il suo habitat prediletto, vi ha deposto le uova, sono nate le larve e la carne piagata è divenuta il loro cibo.

Nella realtà delle azioni umane, invece, la storia di questo cane, simile a tante altre, non può e non deve avere nulla di spiegabile, nulla di logico, nulla d’incontrovertibile. Osserviamo queste due foto e avvertiamo come una profonda stonatura parlando di “diritto” al cospetto di quanto rappresentano. Sono stati violati entrambi, quello di vivere e quello di morire dignitosamente. Relegare un cane in uno spazio isolato, umido, in solitudine, legato perennemente alla catena, cibarlo con scarti, privarlo della dignità, procurargli direttamente o indirettamente ferite, non prestargli le dovute cure, lasciarlo agonizzante per giorni, permettere che le mosche carnarie profanino le sue carni facendolo marcire.Ecco quanto è stato fatto e permesso in questa landa felice della nostra Italia.

In questa brutta storia sono state spazzate via le più elementari forme di civiltà, si ravvede solo l’ennesimo atto di pura follia con morto al seguito.

Art. 544 bis c.p. “uccisione di animali” stabilisce che “chiunque, per crudeltà o senza necessità, procura la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi”. L’articolo è stato ribattezzato dalla dottrina più recente con il neologismo di “animalicidio”.

Stefania Sbarra