Costa Smeralda, come morire da cani sotto il sole dei Vip
Mettete da parte la Sardegna che conoscete. Aprite gli occhi su quella che nessuno vi racconta. L’altro volto è struggente, raccapricciante, straziante, mortificante. E accanto a questo c’è la solita storia dei sindaci ai quali nulla interessa dei cani. C’è lo spaccato dell’ignoranza che abita le strade, le vie, n el l ’indifferenza più cinica e perversa. C’è Olbia, porta d’accesso alla costa dei vip, delle vacanze caraibiche in casa nostra. Sotto lo zerbino della Costa Smeralda c’è tutto quello che la coscienza ripugna. C’è chi ama, c’è chi odia.
C’è un canile municipale, quello dei Fratelli Minori, affidato alla Lida, ai suoi volontarieroi, soli come sempre a far fronte alle emergenze: dei maltrattamenti, degli avvelenamenti, del cibo che scarseggia, del randagismo che Comune e Asl non contrastano.
Ci sono storie che Cosetta Prontu, anima ribelle, presidente della Lida di Olbia, vede passare sotto i suoi occhi: il peggio del delirio della cattiveria umana. Aveva scritto al dimissionario presidente Soru, Cosetta, pregandolo in ginocchio di sterilizzare a tappeto gli animali, come chiede la legge, anziché vederli morire per barbarie. Lo ha pregato di microcippare i cani, come chiede l’ordinanza Martini. Gli ha ricordato che i comuni devono provvedere ai piani di controllo. Nessuna risposta. Tanto si vota. E Soru se ne va. «Nessuno ci aiuta. Arriverà il G8 alla Maddalena e ci demoliranno il rifugio – ci racconta – Dal sindaco solo la promessa verbale di costruirne un altro. Intanto l’Asl ci nega qualsiasi intervento che le compete, nega l’evidenza dell’obbligo di una convenzione, dato che non c’è un canile sanitario. Qualsiasi intervento, cura, soccorso, è fatto di tasca nostra ».
E continua: «Siamo in una zona paludosa, tutto il rifugio è immerso nell’acqua, le cucce non sono sufficienti, i cani si rannicchiano come le pecore. Ma i nostri cani hanno tutti la coda diritta, perché sono amati. I loro occhi ci danno la forza di andare avanti». E di forza ce ne vuole tanta. La civiltà dalla Sardegna se n’è andata da un bel pezzo quando si apre la cronaca marziana dei maltrattamenti.
Due luglio 2008, un pomeriggio infernale, più degli altri. Testimoniano i volontari iniziando così il loro racconto: «Sentivamo le urla strazianti di questa creatura sotto il sole e l’indifferenza della gente di Monti.
Ore 13,30: riceviamo la chiamata dalla polizia di Olbia, hanno preso una telefonata da un cittadino di Monti. In una curva c’è un cane investito da un camion che si sta lamentando. “Ho avvertito tutti da stamane, ma nessuno interviene”, riferisce una signora leggermente arrabbiata al piantone di tur no”. Ci attiviamo immediatamente e Laura e Barbara partono da Olbia per soccorrere questa creatura. Trascorrono minuti ed ore preziose, tutto sotto il sole, un caldo terribile, nessuno sa dare indicazioni giuste, si susseguono telefonate sino allo sfinimento e rabbia. Laura e Barbara ad un certo punto vedono due signore (sono le ore 15,00 ) sedute su un muretto, stanno fumando, chiedono loro se sono in grado di darle informazioni sul cane investito, ma mentre parlano sentono urla strazianti provenire poco lontano da lì. E chiedono alle due donne indifferenti: “Ma non sentite?”. Così le donne rispondono: “Noi siamo due giorni che per colpa di questo cane di…. non riusciamo a riposare”». Intanto la creatura, ribattezzata dai volontari Santa, sta agonizzando, la lingua penzoloni, gli occhi ormai semichiusi. Le due donne spengono la cicca della sigaretta e festeggiano lo spostamento del cane del disturbo. Parte la corsa ormai disperata verso Olbia, in clinica. Santa è fratturata alle gambe posteriori, ha una gravissima rogna demodetica, è completamente disidratata. Le speranze sono poche, c’è più spazio per il dolore segnato dall’indifferenza, la razza umana è superiore. Eppure, a Monti, su quella strada, c’è un famoso sanutario. Nessuno, tra i pellegrini con il cuore in mano, in cammino perché devoti a San Paolo l’eremita hanno pensato di fermarsi e soccorrere una creatura di Dio? Si correva per la benedizione, infliggendo una maledizione.
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