Rieti, il terzo mondo dei cani

Un altro canile dove la crudeltà supera l’immaginazione. In Lazio esistono le istituzioni?

Nessun luogo è lontano. Ma Rieti è più vicino degli altri. Basta guardare cosa c’è dietro la porta del canile dell’indifferenza mortale, che non scalfisce l’affare, che non smembra le connivenze, che fa passare tutto liscio. Che smembra la vita dei cani, che scalfisce i corpi in un’eutanasia obbligata giorno per giorno. Qui si muore, un po’ alla volta, lentamente ma con matematica certezza. È lì, nelle immagini, nelle denunce dei volontari e del loro video (dal quale abbiamo tratto le foto in pagina) e che bisogna vedere per continuare a guardare un cane negli occhi. Rieti (città del sindaco Giuseppe Emili, lista civica centro-destra), una lunga storia per l’unico canile di tutta la provincia, una struttura che tale non si può dire neppure per lo Zingarelli ma che comunque dall’ottobre 2004 prende sostanza legale con tanto di autorizzazione del Comune e dell’Asl, arrivando ad avere fino a 900 cani. La storia, come per tutti gli altri canili lager, si ripete. Catapecchie che sembrano orti dismessi lungo la ferrovia, una favela di latrati dolenti, box affollati, un unico suolo di feci dove i cani dormono, mangiano, appoggiano il corpo squarciato dai morsi, dalle piaghe, dalle colonie di zecche diffuse come mani aperte sui volti divorati. Rieti come l’Africa: il sistema fognario è a cielo aperto. I liquami circolano ovunque. I cani che disertano e tentano la fuga vengono uccisi a fufucilate al di là del cancello. Forse è la morte migliore quella che vanno a cercare. Si mangia dal lunedì al sabato. La domenica è festa. Anche per l’Asl, che già dalle prime denunce del 2004 lascia scorrere le anime dei cani dalla terra al cielo. Tutti i giorni sono buoni, da lunedì a domenica. L’Asl dalla primavera 2005 invia cani in continuazione da Guidonia, da Ariccia, comuni convenzionati con la premiata ditta del canile. Che non consente neppure ad un nuovo direttore sanitario di trasferire in clinica i cani che hanno bisogno di interventi. No party, non money. Non esistono locali infermeria (se ne realizzerà uno nel 2006 ma non è ancora operativo). I cani feriti o gravi vengono “separati” dagli apparentemente sani nei vecchi box non ancora demoliti, una bottega delle infezioni che divampano e ammorbano più in fretta l’animale. Per l’inceneritore, è solo questione di tempo. A Rieti si spera anche in “C’era una volta” quando, quattro anni fa, la ditta, una srl locale, inizia a costruire il nuovo canile. Il ferro è lucente, i box sono lindi. Un’altra volta per poco. A gennaio 2005, quando i volontari rimettono piede in canile, all’appello mancano più di un centinaio di cani. Non se li è portati via il Babbo Natale delle adozioni. Diversi di loro vengono trovati con la sembianza fisica del feto, senza midollo. Ma si va avanti. Tutto regolare per Comune e veterinari. Un cane operato non si salva quasi mai. Viene rigettato in box con i compagni. La fame, l’aggressività fanno il resto. Un paio di giorni e il calvario finisce nel sangue. L’alternativa di un decorso postoperatorio è finire sul pavimento della vecchia favela sullo strato soffice e demineralizzato delle feci. Uno spessore di dieci centimetri di cassa da morto assicurata. Bastano due lievi ferite da morso per essere spacciato. A Rieti il canile passa solo cibo e “pulizia”. Non medicinali. La ferita si infetta e dall’orecchio del cane fuoriescono vermi. Alla seconda settimana dalla ferita, il cane ha il volto già divorato dai vermi e un orecchio putrefatto e quasi staccato. Solo l’ostinazione dei volontari lo salverà. Sfigurato, ma vivo. Le adozioni dei cani malati vengono negate. Nei giorni successivi, verranno soppressi. No adoption no party. Incenerire conviene, il Comune paga. Anche l’acqua, a Rieti, è un affare: nei secchi non viene cambiata ma appena rabboccata. Nel settembre 2005 arriva il sequestro da parte del Nirda della Forestale. Ai volontari viene affidato il primo censimento ufficiale mai effettuato prima! Ma cambia poco. Nel cani dai box. Arriva la grottesca nota dell’Asl di Rieti che pone limiti alle adozioni. Di mese in mese, di nuovi protocolli in nuove intese, tra speranza e disperazione, nel settembre 2007 il proprietario del canile ritorna sui suoi passi e vieta di nuovo l’ingresso ai volontari. I cani devono morire da soli. La vita scorre tra E oggi? Nei giorni in cui è consentito l’accesso, tutto pare pulito, ordinato, i secchi ricoperti di melma, urina e larve di zanzara sono nei box ma dietro i pannelli, lontano da sguardi umani. I cani che si salvano sono quelli che i volontari curano e fanno adottare, portati nel maggior numero dei casi nelle famiglie del Nord. Le cucce, i secchi, le pedane nuove sono un dono delle associazioni. I volontari in canile non vedono schede sanitarie, né un registro di carico e scarico, né cartellini sui box. Ma per Comune, Asl e Nas Rieti è a posto. Roba da morire dalla voglia di entrarci per non uscirci più.

s.piazzo@lapadania.net

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